Indovina chi viene a cena

Pubblicato: 31 ottobre 2013 da Paco Niceo Teresi in Racconti estemporanei

«Scusi… signore… Ehm… Signora… Scu… scusate, signori, signore…»

«Aaah… aaah… Figliolo, cosa c’è? Non lo vedi che sto trombando?».

«Ehm… sì, lo vedo, effettivamente, mi dispiace disturbare lei e sua moglie…».

«Moglie? Ma che moglie, questa è una zoccola della Salaria, un troione! Moglie, perbacco… che poi sarei io! Ahahahaha! Hai sentito, Natasha? La battuta! Ti è piaciuta la battuta?».

«Capisco… Io sono desolato per il disturbo, però forse lei mi può aiutare… io sto cercando mio papà».

«Tuo papà, dici? E chi è tuo papà? Aspetta, aspetta, fammi indovinare: tu sei figlio di Zeus, e va bene, e… e… Ah, sì! Sei figlio di Dione! Sei uguale a tua madre, eh! Con quell’occhietto un po’ moscetto, ma poi…».

«Eh… no, in verità io mi chiamo Jeshua, sono…».

«Oh pergiove… Jeshua, Jeshua… Sarai mica figlio di quella ninfa del Vegoritida, quella con tutte quelle strane idee sull’antropocentrismo…».

«No signore, mia madre è Maria!».

«Aaah! Bravo ragazzo! Bravo! Eh, pure io all’età tua… Una volta coi satiri ci siamo fatti un cilum con un flauto di Pan… Mi sono fumato tutto il sol diesis, sono stato in botta tre giorni! Ah, la maria, che bei tempi! Ah, ma adesso non lo faccio più, eh… adesso solo vino, vino rosso, che fa sangue! Vero Natasha? No, Natasha, non si parla con la bocca piena, già te l’ho detto! Ahahahaha! Quant’è puttana!».

«Signore, mi perdoni, ma il suo atteggiamento mi sembra un po’ antiquato, trattare così una… insomma, chi di voi è senza peccato…».

«Eh, bravissimo, esatto: chi è senza peccato, fuori dalle palle! È per questo che mi piacciono i giovani, perché voialtri non le mandate mica a dire, le cose! Bravo Giosuè!».

«Joshua, mi chiamo Joshua. E comunque io sono sempre qui perchè cerco papà, magari lei l’ha visto, un tipo anziano, con la barba…».

«Ma nooo! Ma come ho fatto a non riconoscerti! Sei il figlio di Poseidone! Dovevo capirlo, con quel bel baffone riccioluto! Come sta, quel vecchio furbastro di un Enosictono! Sempre in giro a fare il polipo, eh?».

«Signore, mio padre non va in giro a fare il polipo. Mio padre è Dio!».

«Ah, be’, questo è chiaro, è una festa privata, questa, gli invitati sono, come dire…. accuratamente selezionati! Ahahahhaha! Hai sentito, Natasha? Ne ho detta un’altra, Natashona, bella tettona, guarda che culo che hai messo su! Bella!».

«Ah! Eccolo, eccola là! Papà! Babbo! Non mi sente, è lontano…».

«Ma… No! Ma tu sei il figliolo del sindacalista? Non ci posso credere! Ma tuo papà è troppo simpatico! Racconta delle barzellette da scompisciarsi dalle risate! E poi è bravissimo, perché le racconta, no, ma poi mica ride, ti guarda serissimo, con quel vestitone da vestale, tutto bianco, mica fa come quelli che poi ridono da soli delle loro stesse bischerate, lui è proprio un professionista! Troppo forte! Chissà le risate che vi fa fare a casa…

«Veramente è un uomo all’antica, papà. E poi, l’umorismo, non lo so mica… A me per i 33 anni mi ha fatto uno scherzo che ancora me lo ricordo…».

«Aaah, fammi indovinare: giretto sulla Salaria coi trans! Grande, il sindacalista! Gran chiavate, gran risate, e giù quartini!».

«Insomma, signore, io sono venuto a riprendere papà. Mamma è arrabbiatissima, gliel’aveva detto: con i dèi falsi e bugiardi tu non ci esci. Passi Khrishna, posso tollerare perfino Manitù, ma quelli lì, quei greci…».

«Iiih, queste donne! Sempre lì a fare le pulci, quello sì, quello no, quello beve. Insomma, uno ha diritto a divertirsi, no?».

«Be’, effettivamente…».

«Dai, anche tu, forza, non stare lì impalato. E basta chiamarmi signore. Bacco, chiamami Bacco».

«Eh… p-piacere.».

«Giretto sulla Salaria?».

«Ma mamma ha detto…».

«Dai, che io son cliente, mi fanno lo sconto, Giasone!».

«Joshua».

«Joshua, Joshua. Allora, Joshua, ci sta questa amica di Natasha che… ma no, ma se non provi non ci credi, guarda, veramente…».

 

Vicolo, vicolo

Pubblicato: 20 maggio 2013 da Fabrizio in Racconti estemporanei

Dopo tanti anni sono finalmente qui. E sono in un vicolo di quelli che si vedono nei film e nei videogames, un anfratto posto tra due altissimi grattacieli.

È buio, umido e puzzolente. È un vicolo. È il mio vicolo.

Ha i suoi sacchi di spazzatura ben piazzati. Le sue porte di servizio metalliche. I suoi condizionatori d’aria, col loro ronzio incessante. Le sue pozzanghere di acqua sporca. Tutto. Ha tutto.

Alzo lo sguardo e vedo centinaia di finestre anonime e un taglio di cielo azzurro, strettissimo, corredato di nuvolette ed aeri che passano.

Sono a un passo dalla grande avenue, col suo traffico e la sua vita e quantaltro. Ma io non ci voglio andare, là. A me quella città non mi interessa. Ha troppa gente, troppe macchine, troppo rumore.

Nel vicolo io trovo la città vera, la città meno vista. Brutta, calpestata di rado, eppure tranquilla, funzionale, sincera.

Vicolo, vicolo…

A Roma con amore

Pubblicato: 16 maggio 2013 da Isabella in Racconti estemporanei

La mia città è Roma.

Roma.

Mi piace riempirmi le labbra ogni volta che dico Roma. Roma è mia. Ci sono nata e vissuta 25 anni della mia vita.  Insomma per me il problema vero non fu mai lasciare l’Italia ma lasciare la città.

L’ho amata sempre,per questo volevo, ma alla fine non me ne andavo mai.

L’ho amata sempre, fino a quando poi, ho capito che sarebbe stato meglio odiarla, mi avrebbe reso l’idea di andarmene meno complicata. Allora l’ho odiata.

L’ho odiata perché era diventata troppa e troppo poca, benedetta e dannata. Roma non era più Roma, era la mia pelle e la mia pelle non andava più bene, per questo andava cambiata.

Così la mia pelle è diventata Londra, Parigi, Berlino,Madrid, Barcellona. La mia pelle è diventata volti nuovi e nuove lingue, strade e pensieri mai battuti, altri odori e altri sapori.

Questo libro non ha niente di poetico né di romanzato, per questo forse non lo leggerà nessuno.

Questo libro è la mia vita perché qualcuno ha detto che non si può accendere una luce senza illuminare anche  intorno qualcosa. Questo libro è solo una luce accesa sulla mia piccola vita che forse accenderà un po’ anche i contorni della vita di un altro, di uno vicino che magari non mi aveva ancora notata perché mi credeva troppo lontana.

E’ sempre questo il problema. Ci indaffariamo a delineare i nostri confini, ad alzare i nostri muri, a difenderci da questi infausti e temibili sconosciuti. Sconosciuti che sfuggiamo non perché potrebbero derubarci o ferirci, peggio, potrebbero essere capaci di entrarci dentro. Dentro al cuore, di regalarci delle emozioni. Di costringerci a separarci per un po’, da internet, dai nostri libri, dalle nostre passioni, dalle nostre identità fittizie.

Per anni ne sono stata convinta anch’io mentre giravo per quelle strade nuove dai colori mai visti che la cosa più importante fosse imparare a mantenere le distanze.

Ed è successo quando è arrivata lei che ho iniziato a capire tutto veramente.

Per lei la cosa più bella era stare in mezzo alla gente, conoscerla, scoprirla, essere complice della sua bellezza.

Pensavo sarebbe stata solo di passaggio nella mia vita e invece c’è restata.

Perché per lei scappare non vuol dire niente. Perché vivere significa restare, proprio lì dove c’è qualcosa che ti brucia e ti crea un’irrefrenabile voglia di grattare.

Dio che prurito mi dava la mia vita!

Dio quanti no mai detti mi stringevo nella gola.

Dio che paura di esplodere da un momento all’altro se fossi restata.

Paura di essere sbagliata e allora certezza che sbagliati fossero tutti gli altri, quelli con cui per un’incredibile sfiga dovevo relazionarmi.

Me ne sono andata da Roma perché non volevo che quegli altri prima di me potessero davvero conoscermi e magari cambiarmi. Roma è grande ma non abbastanza per chi ha solo voglia di non essere più vista.

E così ho imparato a guardare senza vedere, altre città e altre persone. Fino a quando qualcuno non mi ha costretta a spalancarli i miei occhi. “Da soli non ce la faremo mai. Aiutami ad abbattere il muro dei muri.”

Questa è una frase di quelle che lei diceva sempre, per cui la gente era bella e valeva sempre la pena, anche quando ti faceva incazzare a bestia.

Questo libro è una storia d’amore. Ma non dell’amore come molti lo potrebbero interpretare. Questo è quel tipo di amore che può nascere tra due anime affini. Questa è la storia di una delle amicizie più belle che si possano raccontare. Di quelle amicizie che salvano, che trasformano, che ti fanno venire voglia di partire per la rivoluzione e appena hai finito di ricominciare.

Questa è la storia che non sarebbe stata possibile se non avessi incrociato la mia strada e la dedico a te mia carissima amica. Avrei voluto i tuoi consigli mentre rileggevo queste pagine, come quelli che mi davi in ospedale, tu sei sempre stata più brava di me anche a scrivere. Ma purtroppo il mondo dovrà accontentarsi di quello che sei riuscita ad insegnarmi in questi anni, prima che per te il tumore arrivasse troppo avanti.

Sto per tornare a Roma. Perché Roma è mia. Scusa, nostra.

 

Rotola i dadi

Pubblicato: 16 maggio 2013 da Isabella in Racconti estemporanei

La prima ad arrivare sarebbe stasa Sara, il diretto da Bologna si sarebbe lentamente adagiato lungo il binario 4 e ci sarebbe stato fermo un quarto d’ora prima di ripartire per Napoli, dove avrebbe finito la sua lunga, spossante corsa.

Non la vedeva da 3 anni. Non erano molti rispetto a quelli che lo dividevano dagli altri.

Con Ellen si erano incontrati per caso dieci anni prima mentre con Jerome dopo l’Erasmus non si era più incrociato.

Giampiero però era uno che ci teneva alle promesse fatte. Avevano condiviso la stessa casa per sei mesi a Barcellona 15 anni prima e l’ultima notte l’avevano detto. Il primo che si sposa invita tutti! Insomma lo sanno tutti che le cose dette in evidente stato di ebbrezza non contano niente, eppure lui l’aveva voluto fare!

Erano stati la sua famiglia per sei mesi, poi nel tempo aveva cercato di mantenere i contatti e non è che ci fosse veramente riuscito.

Prima di iniziare a chiamarli s’era sentito un po’ scemo, magari loro s’erano già sposati, tutti e si erano dimenticati delle promesse un po’ brille di quattro poco più che adolescenti.

Ma la cosa più assurda era che comunque avevano accettato, tutti quanti. E lui stava giusto andando a prenderli a Termini.

Per prima arrivava Sara, da Bologna. Poi gli altri avrebbero preso insieme il trenino da Fiumicino.

Ma che si aspettava? Vabè, Sara viveva in Italia e qualche volta gli era capitato di vederla, lei in fondo era rimasta un’amica. Non una di famiglia. Ma insomma in qualche modo era rimasta nella sua vita.

Ma jerome, non aveva più sentito la sua voce da 15 anni. Ma che scemenza era stata andarlo a cercarlo. E quello ancora più scemo di lui, si era preso un volo da Parigi per raggiungerlo veramente.

La verità era che avrebbe voluto vedere Ellen.

Perché l’ultima volta che l’aveva vista era stato per caso a Portobello road, si provava un vestito. Era col suo ragazzo e con un bambino.

Si erano salutati, abbracciati, si ricordava anche del tipo, era venuto a trovarla un paio di volte, durante l’erasmus.

Gli aveava detto che viveva con lui a Francoforte, e col loro bambino.

E allora aveva deciso di levarsela  definitivamente dalla testa.

E invece non se l’era levata. Ma nel frattempo aveva conosciuto varie donne e alla fine Margherita.

E ora Margherita, se la sarebbe sposata. Ma prima di sposarsi Margherita, forse voleva ancora una volta incrociare quell’altra strada.

Comunque la prima ad arrivare sarebbe stata Sara.

E Giampiero se ne stava lì nei suoi jeans e la sua felpa viola ad aspettare infreddolito l’arrivo del diretto da Bologna al binario 4.

Avrebbe preso un caffè con lei e si sarebbero raccontati quattro cazzate mentre lui avrebbe cercato di mascherare l’ansia che lo divorava.

Sara gli era corsa incontro appena l’aveva visto da lontano. E gli era saltata addosso come una bambina, come ogni volta che lo incontrava.

Sara era un’amica. E allora gliel’aveva detto, mentre si prendevano il caffè giù da “momento” che forse aveva fatto una cazzata. Che sentiva il cuore esplodergli nella gola. Che Ellen non la doveva cercare il giorno che si sposava.

Ma era tardi, e al binario 26  era appena arrivato il diretto da Fiumicino.

Jerome era 15 anni più vecchio e 20 kg più grasso, ma a detta di Sara, restava sempre un gran figo.

E in fondo, col suo passo elegante e lento c’era Ellen che ancora non l’aveva guardato perché stava parlando con un ragazzino.

Un ragazzino che sembrava lui al primo anno di liceo.

Era rimasto a fissarlo fino a quando i suoi occhi non si erano decisi a spostarsi  su quelli di Ellen.

Non c’era stato bisogno di dire niente.

Era stato una volta, una sola volta e non avrebbe mai pensato…non aveva mai saputo e non aveva mai capito.

“Aaron ci teneva a visitare Roma, spero non ti dispiaccia che l’ho portato.”

Poi un abbraccio. Lo stesso caldo e intenso da cui 15 anni prima era iniziato tutto. Erano solo pochi secondi, ma intanto aveva tra le braccia la donna che sempre, senza mai veramente saperlo, aveva aspettato. E lei aveva un figlio, evidentemente suo.

E lui stava per sposarsi con un’altra, il giorno dopo.

Gli sembrava davvero buffo il destino, gli sembrava impossibile che stesse succedendo davvero, era immensamente complicato.

La vita aveva appena fatto un mega giro. Non aveva idea di cosa avrebbe fatto ma mentre la stingeva dopo tanto tempo sentiva solo che faceva tutto meravigliosamente parte del gioco.

Bacco tabacco e Venere…

Pubblicato: 16 maggio 2013 da Isabella in Racconti estemporanei

Ehy ciao. Alla fine sei venuto.

Sei veramente bella come dicono.

Sono la più bella.

E’ vero.

Vuoi ballare con me, Chris?

Non ho voglia di ballare adesso. Però mi piacerebbe vederti ballare. Vuoi ballare per me?

No. Mi siederò con te. Prendi questo. Bacco voleva fartelo assaggiare. Ci tiene.

Bacco, come sta?

E’ di là vuoi andarlo a salutare?

Magari dopo.

Lui crede che tu ce l’abbia ancora con lui, ma io gli ho detto di no. Non sei il tipo che serba rancore tu, lo sanno tutti.

E tu che ne sai? Tu non mi conosci.

Si, ma sei famoso da queste parti. Si sei una specie di leggenda qua da noi. Molti miei amici dell’Olimpo mi hanno parlato di te. Mi hanno raccontato di quando stavi qui. Ti piaceva stare qui?

Si. Non era male, c’era bella gente e si mangiava bene,si beveva bene…

Peccato non esserci incontrati. Io sono arrivata il giorno che tu te ne andavi. Mi hanno detto che sei arrivato primo al concorso, sei partito e io sono venuta a rimpiazzare il tuo posto.

Si me l’hanno detto. Gli uomini di qua non mi hanno mai rimpianto…

“Chris? A Chis Abbello de casa sua, fatte abbraccia. Te piace? Aò so le mi mejo uve sa!. L’ho tenute apposta pe te. Pe fattele provà!”

Venere se ne stava lì a guardare la scena con la curiosità di una bambina. Chis era bello e rispetto agli altri la guardava in modo diverso. Moriva dalla voglia di conoscerlo meglio…

Le avevano raccontato di quando Chris viveva con gli altri nell’ Olimpo.

Di quando con Bacco era amico come un fratello.

Poi ci si era messa una donna di mezzo.

Allora fratè  come butta? Mica ce credevo che venivi davero alla fine. Vojo di so che mò stai a vive in culo ai lupi. Devi prende 7/8 navicelle fatte un viaggio in cuccetta pè na ventina d’anni luce. Fratè vojo dì grazie, venì a festeggià li 40 anni mia è un sacco bello de parte tua!

La faccia di Chris era divertita. Il suo vecchio amico Bacco festeggiava 40 anni e lui non se li voleva perdere gli aveva voluto bene, sempre.

Ma ce lo sai Chris che mò l’azianda va un sacco bene? Siamo li primi produttori della regione. Cè nso se me spiego mica der quartiere o la provincia, della regione, e solo tu sai la concorrenza che c’avevo adesso! Ormai qua er vino de Bacc lo vojono tutti. Poi sai quella, quella che quella sera ho fatto ubriacare pe famme na sveltina? Quella che te piaceva a te fratè, non me fa di de più…insomma quella no,siamo stati insieme pe un po’ e poi l’ho mollata. Aò me so stufato, e che dovevo fa. Io so bello, so dio, c’ho na vita davanti pica ce potevo sta a pensà.. Cmq pe mp sto co Atena, te la ricordi Atena? E tu fratè? Donne? Continui sempre a fa na strage?

Ma veramente è un po’ che, sto da solo anche se effettivamente ho un figlio, lo cresce la madre insieme a un altro…è una storia lunga, magari un’altra volta te la racconto!

Daje sempre er solito allora, non è vero pe niente che sei cambiato allora…sai qua giravano strane voci, si dicevano ch’ eri un santo o una roba del genere… E come si sta? Come si sta dalle tue parti?

Mah che vuoi che ti dica Bacco, è un mondo completamente diverso. Lì si fanno altre cose.

Altre cose tipo che?

Altre.

Si ma che?

Mah non lo so, si canta.

Eh a te canta t’è sempre piaciuto, che non me lo ricordo? E ballà? Balli ancora?

Si, a volte.

Oh e allora va a ballà va, che miss Olimpo t’ha messo gli occhi addossi. Scusa n’attimo devo da entrà…

Miss Olimpo continuava a sorseggiare il fragolino nel suo calice dorato.

Chris le si era avvicinato.

Venere aveva poggiato il calice a terra per abbracciarlo.

Lui le aveva messo le mani sui fianchi.

Non verrò a letto con te, Venere. Io sono un altro tipo di amore.

L’amore è solo uno. Io e te dovremmo stare nello stesso posto. C’hai mai pensato?

Non c’aveva mai pensato, ma c’avrebbe iniziato a pensare in quel momento.

E le aveva preso la mano. Le loro ombre si stagliavano sulle colonne tra i suoni e i colori dei balli.

Bacco dalla finestra li osservava allontanarsi. Non sapeva se le avrebbe più rivisti da qualche parte ma sapeva che forse dall’incontro di quella notte, col tempo ci avrebbero guadagnato tutti..

E bevve alla salute dei suoi 40 anni.

 

Il Ritorno

Pubblicato: 11 maggio 2013 da Fabrizio in Racconti estemporanei

Approdarono ad Acireale. In realtà non sapevano se fosse Acireale o un semplice scoglio battuto dai flutti, poiché la Sicilia non era più li ad aspettarli. Si era mossa qualche anno prima, e ora faceva parte dell’arcipelago delle isole Svalbard. I cannoli al gusto di aringa erano ormai una realtà, così come gli arancini di balena e la cassata vichinga, molto apprezzata negli States.

Lo scoglio, dicevamo. Si, era lì, piazzato in mezzo al Mediterraneo.

Era una grande formazione rocciosa di stile barocco, provvista di gradini e fornita di una piccolissima piazza ovale. Al centro della piazza vi era un filosofo, o comunque un uomo barbuto. In mano reggeva un pacchetto. C’era anche un gabbiano, ma era di destra. Nessuno sapeva come ciò fosse possibile. Mi riferisco, ovviamente, alla presenza del pacchetto.

Gli amici si guardarono negli occhi durante sei giorni e sei notti. Il settimo giorno, l’uomo barbuto pronunciò finalmente con garbo queste sagge parole: “E che cazzo”. Gli amici interpretarono questa frase come un segno, ed avvicinarono quindi il loro battello allo scoglio. Il gabbiano, sdegnato, ruttò come solo i gabbiani sanno fare. Era un altro segno, ne erano certi.

-Ciao-, disse uno di loro.

-Eh-, rispose lui, e gli altri si misero a piangere dalla felicità.

Era proprio lui, l’amico che se ne era andato quindici anni prima, in realtà venti, trenta secondo il gabbiano, solo due per lo scoglio. Anche il mare piangeva, ma, bagnato com’era, nessuno se ne accorse, e uno dei presenti gli diede una simbolica gomitata, come per dire “Ma sei proprio insensibile, te”.

L’uomo barbuto, l’amico che se ne era andato, si avvicinò quindi alla barca, prese uno dei remi e con esso trasformò il gabbiano in cappellino da signora degno delle corse di Ascot. “Scusate”, disse, “era da anni che mi stava sulle palle”. Raccolse quindi il pacchetto e si avvicinò alla bionda del gruppo.

“C’è posta per te”, gli disse lui. Il pacchetto era a lei intestato. Il mittente era l’ufficio degli oggetti svampiti. Lei sorrise, gli piaceva ricevere questo tipo di errori. E comunque, a caval donato non si gattopardo.

“Ma guarda che io non ho mai perso nulla”, si difese lei.

“Vabbé, aprilo. Dobbiamo pure finire questo racconto assurdo, no?”

Stanca per il lungo viaggio, la bionda prese il pacchetto tra le mani e lo appoggiò sopra il gabbiano-cappello di destra, che si era ormai rassegnato al suo ruolo di caratterista sovversivo. Gli amici circondarono il pacchetto e lei, nervosa, sciolse il nodo e lo aprì. Si udì un gridolino, che tutti attribuirono al gabbiano.

“Ma… Ma è bellissimo!” esclamò lei.

“Cos’è?” domandarono all unisono gli altri.

“É un pacchetto. È bellissimo. Vedo il suo interno. Il suo spazio. È capiente. Può contenere tante cose. Eppure è vuoto. È il più bel vuoto che mi abbiano mai regalato. E chiuso é ancora più bello. Pieno di promesse e speranze”.

L’uomo barbuto, che fino a quel momento se ne era stato in disparte a mangiare un fico, alzò lo sguardo verso il gruppo di amici e rise.

“Avete capito adesso perché me ne sono andato?”, domandò.”

“No”, risposero in coro gli altri.

“Appunto”, fece lui, “neanche io. Ma è bellissimo, proprio come quel pacchetto

Scrivere un racconto ispirato dalla sinossi di questo film:

Sta per piovere

di Haider Rashid

Said, un giovane sicuro e ambizioso, nato e cresciuto in Italia da genitori algerini, studia e lavora come panettiere part-time. A seguito del suicidio del direttore della fabbrica in cui lavora suo padre Hamid, la famiglia si trova di fronte alla lacerante realtà di non poter rinnovare il permesso di soggiorno, come fa da trent’anni, e riceve un decreto di espulsione. L’Italia, il paese che Said ha sempre considerato suo, appare ora come un muro di gomma che lo spinge a “tornare a casa”, in Algeria, luogo che lui non ha neanche mai visitato. Nel tentativo di trovare una soluzione, Said si appella agli avvocati, ai sindacati e alla stampa, cercando di portare attenzione su un problema concreto e sempre più presente nella società italiana; questo percorso lo porterà attraverso i meandi di una burocrazia legislativa retrograda e alla riconsiderazione della sua identità, riflettendo su un dilemma profondo: rimanere in Italia clandestinamente o partire per l’Algeria con la sua famiglia, aiutandola a ricostruirsi una vita nel paese che ha lasciato trent’anni fa?

Quelli come lui

Said era seduto sotto i portici di Piazza Santo Stefano, appoggiato a una delle tante colonne che sembravano reggere Bologna. I venditori ambulanti di lattine di birra e di rose perpetuavano uno dei tanti luoghi comuni su “quelli come lui”, come sentiva spesso chiamare indistintamente algerini, marocchini, egiziani.

 L’attesa lo rendeva nervoso. L’attesa, soprattutto, gli dava troppo tempo per pensare. Said non era mai stato un tipo troppo ordinato con i suoi pensieri. Non aveva una cassettiera nel suo cervello in cui ripartirli, un posto in cui conservare i pensieri utili e un altro in cui abbandonare i pensieri morti, quelli che nascono con un destino già segnato.

Non riusciva a smettere, non poteva scacciare dalla testa quella parola: suicidio! Per tanti anni della sua adolescenza aveva creduto fosse la soluzione a tutti i suoi guai; adesso, invece, non era altro che un cappio attorno al collo del direttore della fabbrica dove lavorava suo padre Hamid. Lui e la sua famiglia non sarebbero più potuti rimanere in Italia.

Suicidio… Otto lettere e dei solchi giganteschi tra una e l’altra in cui precipitare. Almeno, pensò, posso scegliere in quale di questi buttarmi.

Poteva tornare in Algeria, il paese da cui la sua famiglia aveva emigrato. Ma no! era da escludere. E poi come si fa a tornare in un posto in cui non si è mai stati? Poteva precipitare nella clandestinità. No, nemmeno nascondersi e fuggire facevano al caso suo. Era rimasta soltanto un’altra opzione: affidarsi a Imane.

Non gli piaceva farlo, odiava essere debitore nei confronti di qualcuno, la considerava una debolezza. Alla fine, però, si era dovuto convincere. Imane, grazie al suo lavoro di interprete in tribunale, aveva molti contatti nel mondo giuridico. Imane poteva considerarsi un’amica di famiglia. Aveva accompagnato tante volte lui e Hamid da un avvocato all’altro, da un rinnovo del permesso di soggiorno all’altro. Hamid sperava un giorno di vedere il figlio sposare questa ragazza sempre sorridente a cui doveva tanto. Hamid conosceva i genitori di lei e sapeva che avrebbero approvato, e inoltre gli piaceva il fatto che Imane si considerasse più algerina che italiana, e che stesso preservando se stessa per quel matrimonio di cui solo Said doveva ancora convincersi.

Imane uscì dal portone dello studio del’avvocato e andò incontro a Said, scura in volto. Lui la vide e capì che non era riuscita a ottenere l’aiuto che gli avrebbe permesso di restare in Italia. Quanto si sbagliava!

“Tu e la tua famiglia potete stare tranquilli, assicurò lei, ma ora voglio tornare a casa.” Said non riuscì ad aprire bocca. Quando vide la macchia di sangue sul pantalone di Imane, all’altezza della coscia, si rese conto che non avrebbe mai potuto ripagare il debito che adesso aveva con lei, e che il suo rinnovato permesso di soggiorno non era che un altro stupro di questo paese ai danni di “quelli come lui”.

 

Alessandro D’Amico

SAïD di Marta Calzada Marco

Pubblicato: 10 aprile 2013 da Gli amici del Circolo in Racconti estemporanei

Scrivere un racconto ispirato dalla sinossi di questo film:

Sta per piovere

di Haider Rashid

Said, un giovane sicuro e ambizioso, nato e cresciuto in Italia da genitori algerini, studia e lavora come panettiere part-time. A seguito del suicidio del direttore della fabbrica in cui lavora suo padre Hamid, la famiglia si trova di fronte alla lacerante realtà di non poter rinnovare il permesso di soggiorno, come fa da trent’anni, e riceve un decreto di espulsione. L’Italia, il paese che Said ha sempre considerato suo, appare ora come un muro di gomma che lo spinge a “tornare a casa”, in Algeria, luogo che lui non ha neanche mai visitato. Nel tentativo di trovare una soluzione, Said si appella agli avvocati, ai sindacati e alla stampa, cercando di portare attenzione su un problema concreto e sempre più presente nella società italiana; questo percorso lo porterà attraverso i meandi di una burocrazia legislativa retrograda e alla riconsiderazione della sua identità, riflettendo su un dilemma profondo: rimanere in Italia clandestinamente o partire per l’Algeria con la sua famiglia, aiutandola a ricostruirsi una vita nel paese che ha lasciato trent’anni fa?

 

SAÏD

Mio padre mi ha sempre detto, gli ho sempre sentito dire, che questa mia lingua è la sua lingua nemica. Nemica della sua, in un Paese dove questa sua lingua era ignorata, decontestualizzata, incapace di fondersi con un luogo.

All’infuori della sua famiglia, niente di quanto questa sua lingua ha conosciuto in questo mio Paese, gli è stato amico, gli è stato vicino.  Nemiche, non gli sono mai state le persone di questa mia terra, che lo hanno circondato. Però gli strappavano un pezzo di anima ogni volta che lui non poteva esprimersi.

Ogni volta che parlo questa mia lingua, la sua-mia lingua amica si affranca da qualche storia antica raccontata ripetutamente durante le notti assolate del Ramadan.

Ogni volta che parlo questa mia lingua, la sua-mia lingua amica aggiunge qualche significato nuovo a questa ricetta intrisa dei sapori di un Paese che non vuole sapere.

Il mio-suo Paese nemico, nel quale la sua-mia lingua amica troverebbe il suo luogo originario, mi riceverebbe come un amico, in un luogo dove io non vorrei trovarne, di amici.

Se intraprendessi questo viaggio, dovrei dissotterrare tutte le bombe che per anni mio padre ha sotterrato nei vasi della madre, delle zie, delle cugine, delle nipoti… E poi, come un soldato chiamato in trincea, riempirei lo zaino con tutti questi oggetti inaspettatamente ritrovati e mi appresterei a sotterrarli nel giardino dei miei parenti, di questi nuovi amici che mai mi chiederebbero come mi chiamo, perché crederebbero di sapere già il mio nome. E aspetterei pazientemente che saltassero in aria nel mio-suo Paese nemico.

versió original català

SAÏD

El meu pare sempre m’ha dit, sempre li he sentit dir, que aquesta llengua meva és la seva llengua enemiga. Enemiga de la seva, en un país on aquesta llengua seva era ignorada, descontextualitzada, impossible de fondre’s enlloc.

Més enllà de la seva família, res del que aquesta llengua seva ha conegut en aquest país meu, li ha estat amic, li ha estat proper. Enemigues no han estat mai cap de les persones d’aquesta terra meva, que a ell l’han envoltat. Però, li arrencaven un tros de l’ànima, cada vegada que ell no podia expressar-ho tot.

Cada vegada que parlo aquesta llengua meva, la seva-meva llengua amiga s’allibera d’alguna història antiga explicada repetidament les nits soleiades del Ramadà.

Cada vegada que parlo aquesta llengua meva, la seva-meva llengua amiga descobreix algun significat nou a aquella recepta amarada de les aromes d’un país que no vull conèixer.

El meu-seu país enemic, on la seva-meva llengua amiga trobaria el seu lloc perdut, em rebria a mi com un amic, en un lloc on jo no voldria trobar-ne, d’amics.

Si emprengués aquest viatge, hauria de desenterrar totes les bombes que durant anys el meu pare ha anat enterrant als testos de la mare, de les tietes, de les cosines, de les nebodes… I, aleshores, com un soldat que es cridat a la trinxera, ompliria la saca amb totes aquestes troballes i em disposaria a soterrar-les als jardins dels meus parents, d’aquests nous amics que mai em preguntarien com em dic perquè creurien saber el meu nom. I esperaria pacientment que esclatessin al meu-seu país enemic.

Casa

Pubblicato: 10 aprile 2013 da Isabella in Racconti estemporanei

Scrivere un racconto ispirato dalla sinossi di questo film:

Sta per piovere

di Haider Rashid

Said, un giovane sicuro e ambizioso, nato e cresciuto in Italia da genitori algerini, studia e lavora come panettiere part-time. A seguito del suicidio del direttore della fabbrica in cui lavora suo padre Hamid, la famiglia si trova di fronte alla lacerante realtà di non poter rinnovare il permesso di soggiorno, come fa da trent’anni, e riceve un decreto di espulsione. L’Italia, il paese che Said ha sempre considerato suo, appare ora come un muro di gomma che lo spinge a “tornare a casa”, in Algeria, luogo che lui non ha neanche mai visitato. Nel tentativo di trovare una soluzione, Said si appella agli avvocati, ai sindacati e alla stampa, cercando di portare attenzione su un problema concreto e sempre più presente nella società italiana; questo percorso lo porterà attraverso i meandi di una burocrazia legislativa retrograda e alla riconsiderazione della sua identità, riflettendo su un dilemma profondo: rimanere in Italia clandestinamente o partire per l’Algeria con la sua famiglia, aiutandola a ricostruirsi una vita nel paese che ha lasciato trent’anni fa?

“Che cos’è per te, casa?”

Sabrina se ne stava, insieme a lui, coi gomiti appoggiati sul muretto, a Ponte Vecchio.

Il rumore della gente dietro avrebbe potuto coprirgli la voce. Per questo Said giel’aveva richiesto.

“Cos’è per te, casa?”

Per essere sicuro che avesse sentito la domanda.

Lei per un po’ aveva guardato giù, poi aveva chiuso gli occhi.

Quando li aveva riaperti continuava a guardare lontano. Lui non smetteva di fissarla, ma lei sembrava già che stesse allenandosi alla sua assenza.

“La casa non è di mattoni, né di terra. “

Sabrina non era la sua ragazza.

E per la prima volta da quando la conosceva era felice che non lo fosse e che non lo fosse mai stata.

“Ma io non ti ho chiesto cosa non è. “

“No, ma è’ l’unica cosa che so.”

Lei poi aveva finito in silenzio la sua sigaretta ed era tornata a servire birre al bar accanto la panetteria.

Said invece era andato da una delle sue amiche, una di quelle di cui più di tanto alla fine non gli importava.

Si erano scambiati quello che ci si scambia sempre, quelle quattro carezze che non sono né mattoni né terra, ma che per un paio d’ore fanno sentire la casa meno lontana.

E poi era di nuovo solo davanti all’Adda.

E a fissare l’acqua gli sembrava di perdere l’equilibrio mentre cercava di tenere insieme tutto quanto.

Sua madre, suo padre, la sorella Malika e tutti gli altri fratelli. Gli zii, i cugini che non aveva mai abbracciato e Sabrina, e l’Università. Nove esami ancora da dare prima della tesi e la laurea in Ingegneria.

Ingegneria informatica, perché a lui piaceva la tecnologia, piaceva l’occidente e tutto sommato gli piaceva la sua vita.

Sabrina aveva studiato filosofia, lei era una che pensava. La vita di Said era meno complicata.

Lui cercava l’ordine, gli dava sicurezza. Sabrina era bella, ma costruiva la sua vita su dei castelli in aria.

Era buffo,perchè era quello che aveva sempre pensato e spesso per questo la prendeva in giro.

E ora un’onda anomala aveva completamente investito la sua vita e la sua casa.  Si guardava le mani, quanto avrebbero potuto ancora svuotarsi? Eppure gliel’avevano venduto per cemento armato ciò con cui stava costruendo il suo destino. Un mattone dopo l’altro, aveva fatto tutto quello che il sistema richiedeva.  E il sistema l’aveva fregato. C’aveva creduto e aveva comprato sabbia per cemento armato!

Neanche il Ramadam faceva più, da 10 anni.

In Algeria non c’era mai andato neppure in vacanza, con c’era voluto andare neanche quando era venuta voglia a sua sorella…

E i genitori non l’avevano incoraggiato. “I nostri figli sono italiani davvero.”

L’Algeria non l’aveva mai voluto e ora anche l’Italia gli si chiudeva.

Aveva creduto di essere qualcuno che forse era solo un personaggio inventato dalla sua fantasia.

“Ma quanto ti conosco? Lo sapevo che ti avrei trovato qua.”

Sabrina lo guardava negli occhi e sorrideva. Non aveva più l’aria scura di poche ore prima.

“Ho capito cos’è casa.

Casa è quando penso che potresti andartene, ci penso e resto in piedi. E non è perché non me ne frega niente. E’ solo perché quello che abbiamo io e te è sempre stato vero.

Casa è vedere la vita sorriderti nel sorriso di qualcuno che ami.

E’ sapere che hai costruito un affetto che non perderai mai.”

 

Nato a Italia

Pubblicato: 10 aprile 2013 da Frances Doe in Racconti estemporanei

Scrivere un racconto ispirato dalla sinossi di questo film:

Sta per piovere

di Haider Rashid

Said, un giovane sicuro e ambizioso, nato e cresciuto in Italia da genitori algerini, studia e lavora come panettiere part-time. A seguito del suicidio del direttore della fabbrica in cui lavora suo padre Hamid, la famiglia si trova di fronte alla lacerante realtà di non poter rinnovare il permesso di soggiorno, come fa da trent’anni, e riceve un decreto di espulsione. L’Italia, il paese che Said ha sempre considerato suo, appare ora come un muro di gomma che lo spinge a “tornare a casa”, in Algeria, luogo che lui non ha neanche mai visitato. Nel tentativo di trovare una soluzione, Said si appella agli avvocati, ai sindacati e alla stampa, cercando di portare attenzione su un problema concreto e sempre più presente nella società italiana; questo percorso lo porterà attraverso i meandi di una burocrazia legislativa retrograda e alla riconsiderazione della sua identità, riflettendo su un dilemma profondo: rimanere in Italia clandestinamente o partire per l’Algeria con la sua famiglia, aiutandola a ricostruirsi una vita nel paese che ha lasciato trent’anni fa?

 

 

SAID: ويقال اسمي Mi chiamo Said

أنا يمكن أن يكون لها القهوة Posso avere un caffè?

شكرا جزيلا Molte grazie

لا، ليس لدي أطفال No, non ho figli

Ma che è ‘na frase importante, questa?

AMIR: certo che è una frase importante, tutti i miei cugini hanno almeno tre figli e sono più giovani di te!

SAID: Ma che davero?

AMIR: E che no? Abdel’Adil ha 24 anni e ha quattro figli, tutti maschi, Bashir ha 22 anni e ha due femmine e un maschio, e Ayman c’ha…ah no, lui c’ha un figlio solo, però c’ha 19 anni!

SAID: Ma cioè uno ce li deve ave’ per forza, ‘sti figli? Sennò che sei? Tipo un disgraziato? Come  uno che non c’ha l’iphone?

AMIR: Ma mi prendi in giro? Se vai ad Algeri l’iphone ce l’hanno pure i ragazzini, ma se nun c’hai l’iphone pazienza, è se nun c’hai i figli che nun sei nessuno! E comunque sta’ tranquillo che ce poi anda’ pure col Samsung tuo, nel paesino de tu’ padre, che l’iPhone nun sanno manco che è! Tu’ padre è un berbero!

SAID: Ehi, non ti azzardare a dire una parola su mi’ padre, capito?

AMIR: Ma dai mica sto’ a di’ gniente de male! Però cazzo pure te informate! Stai a studia’ l’arabo, mentre andrai a vivere in un paesetto mozabita! E che cazzo, dico, no? 

SAID: Però un po’ di francese lo parlo, l’ho studiato alle elementari.

AMIR: E daje! Nun parlano l’arabo e vuoi che parleno el francese?

SAID: Certo è come pretendere che te t’impari l’italiano…

AMIR:  Aò, io ce so’ nato a Roma, e parlo la lingua de la mia città, e si nun te va bbene, ciccia!

SAID: Pure io ce so’ nato qui.

AMIR: Seeeee, a Viterbo sei nato te!

SAID: Aaaaahhh Amir, ma sai che te dico? Ma vattene affanculo va! So’ nato a Viterbo, vivo a Roma, so’ italiano come tutti li regazzini che ce pijavano pel culo a scola perché eravamo troppo abbronzati, e mo’ aricomincerò a famme pija’ pel culo da dei cazzo di berberi più neri de me che all’età mia c’hanno già ‘na squadra de carcetto de’ figli! E casa mia? E l’amici miei? E a magggica Roma? Er caffè? Chi cazzo me lo farà ‘sto caffè, che già se vai a Firenze fa schifo! E la pastasciutta? E ‘ste bonone che te passeggiano pe’ strada sculettando e co’ le tette ar vento….???

Said scoppia in lacrime proprio mentre Carlotta, quinta misira di reggiseno fucsia ben in vista sotto la camicetta, gli passa davanti.

Non si può dire che fosse un bel ragazzo, Said, né che avesse chissà quanti amici, e neppure che fosse sembrato mai veramente romano, nonostante la passione per la squadra giallorossa e l’accento rozzo della capitale. Ma lui, romano, ci si sentiva. E a chi gli facesse notare che era evidente che venisse da fuori, rispondeva con impeto: “aho er solo fatto che so’ nato a Viterbo nun vor di’ un cazzo, perché a Roma ce so’ venuto che c’avevo tre anni, capito? E ar Tuscolano, nun so se rendo”!

Nessuno aveva mai capito se a quella risposta, data in automatico a chiunque gli ponesse la fatidica domanda “vabbè dai, di dove sei veramente?” ci credesse davvero, o se fosse solo un modo di nascondere anche a sé stesso la difficoltà di integrarsi in un Paese dove l’aspetto fisico e il colore della pelle sembrano identificare la tua provenienza ancor più del certificato di nascita.

Fatto che sta che ora stava lasciando la sua identità, faticosamente conquistata a suon di calci nel culo e sane scazzottate nelle scuole della periferia romana, per “tornare” nel luogo d’origine della sua famiglia, un posto che non aveva mai visto e che aveva tuttavia imparato ad odiare sin da piccolo, quando Algerino era il suo odiato soprannome, quando Algeria era la parola che risuonava nelle filastrocche con cui veniva preso in giro, quando l’Africa era un disegno pieno di gomme da masticare attaccato al muro della classe, e una di quelle gomme da masticare aveva capelli ricci e neri disegnati, e una freccia che indicava il suo nome.

E ora in quel continente odiato ci sarebbe dovuto tornare. Per colpa della crisi, o meglio per colpa di un uomo che non l’aveva saputa affrontare, e si era appeso ad una gru davanti alla sua stessa fabbrica, che aveva chiuso lasciando senza lavoro centoottantadue dipendenti, tra cui suo padre. E allora niente più permesso di soggiorno, se non hai un lavoro. 

“Si ma io lavorato fino un mese fa, ora solo bisogno di tempo per trovare altro lavoro. Mia famiglia qui a Roma con me. Miei figli nati qui a Italia. Loro italiani e ora anche io italiano”.

“Italiano un cazzo, negro sbiadito. Nun sai manco parlallo, l’italiano! I miei figli sono nati IN Italia, no A Italia, capito? IN. IN è diverzo de A. Capito? Ripeti! IN”.

“IN. In Italia. Molte grazie per correggermi”.

“Se se, e a te molte grazie per levarti dai cojoni, che c’ho da lavora’! Aria. E vedi da torna’ con un contratto de lavoro entro venerdì, sinnò impacchetti tutta la monnezza che c’hai in casa e te la riporti in continente nero, vabbene?”

Il figlio del ragionier Cerino aveva fatto la stessa scuola di Said, ma erano stati in classe insieme solo un anno, perché poi Sesterzio Cerino era stato bocciato. La mancanza di intelligenza l’aveva presa dal padre, e anche l’arroganza. La bruttezza, invece, l’aveva presa dalla madre. Ma lui, Sesterzio Cerino, brutto arrogante e stupido, sarebbe rimasto a vivere nella capitale, nel appartamento in affitto al Quadraro dove la famiglia dl padre aveva vissuto per tre generazioni. 

Mentre Said, né bello né brutto, abbastanza intelligenze ma manco un genio, con la tenera arroganza di un romano d’adozione, se ne sarebbe andato chissà dove, tornato da dove non era venuto, verso un futuro scuro come l’Africa e chiaro come il sole che scalda.